30 Ottobre 2020

SOCIALISMO E LAVORO

di Franco Lotito, Ciccio Barra, Tommaso Anastasio |

Temi per la discussione

UNA IDENTITÀ DA RIBADIRE

I socialisti e il lavoro: un binomio che la storia del movimento operaio aveva reso inscindibile fino a farne sinonimo; che ha scritto pagine straordinarie scolpite nella Costituzione repubblicana; che ha animato grandi battaglie di progresso sociale e civile, ma che purtroppo si è interrotto da quando la diaspora ha costretto i socialisti a disertare il terreno della lotta politica. Ora è venuto il tempo che quel binomio torni a ricomporsi.

UNA CRISI DI SISTEMA

La crisi pandemica in atto ha colpito simmetricamente tutte le economie del mondo occidentale. E’ diventata crisi sociale aggravando diseguaglianze e disoccupazione. In questo senso sembra funzionare sorprendentemente come un reagente socio-economico che mette a nudo le fragilità strutturali di un modello di crescita che già da più di un decennio mostrava di non funzionare più. In definitiva  è corretto parlare di una crisi di sistema nel senso che sembra essere in atto il cedimento di un modello economico che da trent’anni a questa parte detta i suoi comandamenti. L’economia finanziaria al posto dell’economia reale; le opportunità al posto delle sicurezze; i rapporti di forza al posto dei diritti; il consumatore al posto del produttore; il mercato al posto dello Stato; l’esaltazione delle diseguaglianze economiche e sociali come il motore stesso della crescita. Questo è stato il sistema valoriale sul quale l’ordo-liberismo ha costruito il suo successo pluridecennale. Ora sembra venuto il tempo che l’ingiustizia di fondo di questo modello venga sottoposto ad una critica serrata

In questo contesto il lavoro deve tornare ad essere al centro di un grande progetto di ricostruzione valoriale – prima ancora che strutturale – della società e dell’economia, cioè deve essere indicato non solo come il parametro di riferimento con il quale ripensare una politica economica capace finalmente di coniugare espansione e sostenibilità, ma soprattutto come fattore imprescindibile di coesione sociale e come architrave di una nuova cittadinanza basata sul principio del “bene comune”.

LA CRISI DEL LAVORO

All’inizio degli anni ‘80 il peso dei redditi da lavoro rappresentava il 62% della ricchezza totale. Oggi quel valore è sceso al 44%. Nel frattempo l’ISTAT conferma i contorni allarmanti ed asimmetrici della disoccupazione rilevando il crescente divario che distanzia le regioni del Nord – dove il tasso negativo si aggira intorno ad un fisiologico 5,7% – dalle regioni del Mezzogiorno, dove il tasso di disoccupazione sale al 16,2%.

Questi delta negativi sono l’istantanea delle crescenti diseguaglianze sociali, dell’impoverimento del lavoro e del crescente sfruttamento a cui viene sottoposto nelle condizioni di un mercato del lavoro dove il tritacarne del precariato dilagante ha demolito il potere contrattuale dei lavoratori spingendo la sua condizione salariale sempre più verso il basso e privandolo dei suoi diritti. Quei diritti che 50 anni fa lo Statuto dei lavoratori aveva portato in fabbrica e che ora sono sostanzialmente tornati ad essere indisponibili sul mercato del lavoro per milioni di persone. Per il lavoratore precario non esiste quasi più usbergo che lo protegga da una condizione a volte addirittura umiliante. Non quello di un contratto collettivo sindacale, strumento ormai ripiegato sulla rappresentanza e sulla tutela dei settori protetti. Non quella di una legislazione pro-labour, che si è fermata con la scomparsa di Giacomo Brodolini e di Gino Giugni (la produzione legislativa degli anni 80/90 è stata nei fatti di ripiegamento). E purtroppo neanche quella di un associazionismo “dal basso” (che non prende piede perché manca di punti di riferimento).

Il precariato a sua volta è diventato l’altra faccia di una disoccupazione endemica che da oltre un decennio viaggia ormai stabilmente su un valore a due cifre, creando nel contempo le condizioni di una concorrenza sempre più spietata del lavoro nero rispetto al lavoro legale.

Di più. Disoccupazione e precariato sono diventati i compagni di vita delle giovani generazioni, specialmente nelle regioni meridionali dove si manifestano nella forma di una patologia sociale aggravata dal fenomeno crescente dei giovani che non studiano e che non cercano un lavoro.

Terzo fattore di distorsione: il lavoro è pessimamente distribuito. Tra le generazioni; tra Nord e Sud; tra settori che “tirano” perché impegnati con successo nell’export, dove vengono richieste enormi quantità di prestazione straordinarie, ed i settori incagliati nelle angustie del mercato interno dove vengono somministrate milioni di ore di cassa integrazione.

LE RESPONSABILITÀ

La crisi del lavoro deve essere letta non soltanto come l’effetto del dominio liberista, ma anche come lo smarrimento culturale, prima ancora che politico, della sinistra storica di matrice socialdemocratica. La caduta del “Muro” e la fine del comunismo avrebbe dovuto segnare il trionfo della socialdemocrazia. Prende forma invece una paradossale eterogenesi dei fini. Di fronte alla globalizzazione che prende a galoppare, la capacità di risposta della sinistra europea appare in grande ritardo. Non lo è invece quella delle forze liberiste che in effetti ne conquistano la guida. La missione storica della socialdemocrazia era la sconfitta del comunismo per via democratica, ma a realizzare questo obiettivo invece è il capitalismo. E lo ottiene per via economica.

Stanno forse in questo scavalcamento le ragioni di un ripiegamento culturale che conduce la socialdemocrazia a deporre le armi, ritenendo di fatto esaurita la sua funzione storica. Naturalmente non ci si può considerare liberisti di complemento, ma non si può più neanche essere socialdemocratici. È qui che prende forma l’idea di una “terza via” tra liberismo e socialdemocrazia di cui Tony Blair e Gerard Schroeder in Europa e Bill Clinton negli Stati Uniti sono stati i principali assertori.

Accettandone sostanzialmente le categorie interpretative della realtà, le forze della sinistra impegnate nella costruzione della “terza via” hanno finito per chiedere ospitalità nello spazio culturale del pensiero neo-liberista e da questa posizione hanno accettato di fatto l’idea che il loro compito non era più quello di rappresentare gli strati popolari ed il mondo del lavoro dando per scontato che questa rappresentanza si era trasferita sotto l’usbergo liberista.

Una critica di pari severità va mossa alle forze del movimento sindacale organizzato. Indubbi sono i loro meriti sul terreno della difesa delle conquiste codificate nei contratti nazionali e nella legislazione. Alle organizzazioni sindacali, il Paese deve un debito di riconoscenza se – al culmine della crisi politica, economica e morale degli anni ‘90 – fu evitata una rovinosa bancarotta, creando per giunta le condizioni perché l’Italia entrasse a far parte del gruppo di testa dell’UE. Restano tuttavia i serissimi limiti di analisi delle trasformazioni planetarie indotte dalla globalizzazione e degli effetti che ha prodotto sulla divisione internazionale del lavoro, sull’impatto delle nuove tecnologie – a partire dall’informatica e dalla digitalizzazione – sulla qualità del lavoro, sull’obsolescenza delle qualifiche professionali e sulla dispersione delle forze nel mercato del lavoro. La forza organizzativa dei sindacati confederali, malgrado le abrasioni provocate dalla crisi, è pressoché intatta, ma non riflette più una rappresentanza “generale” del mondo del lavoro. Questo è il nodo sostanziale che oggi sta di fronte a CGIL,CISL e UIL. E sarà così fino a quando le grandi centrali sindacali non metteranno in campo una vera strategia di unificazione del mondo del lavoro, sostanziata dall’unità politica ed organizzativa nella quale vi sia riconosciuta la rappresentanza contrattuale, organizzativa e statutaria dei milioni di lavoratori dispersi nel precariato.

In questa opera di ricomposizione unitaria del mondo del lavoro i socialisti saranno sempre a fianco del sindacato, pronti a fare quanto nelle loro forze perché trovino riscontro anche sul terreno della lotta politica.

LE LINEE DI UN NUOVO PROGETTO

Anche per questo verso è dovere dei socialisti lavorare ad un progetto politico di medio-lungo periodo che ribadisca una nuova centralità del lavoro come motore di un processo di innovazione e di cambiamento della società e dell’economia.

Per combattere la disoccupazione non esistono soluzioni miracolose! Il problema della piena occupazione è il problema dello sviluppo di un paese. Occorre una scelta collettiva che unifichi il Paese definendo un modello di crescita economica, sociale, culturale e democratica capace di garantire una qualità della vita dignitosa compatibile con l’ambiente ed il rispetto della natura. Non è il mercato a garantire il lavoro a tutti.

Il lavoro che manca

Abbiamo bisogno di lavoro abbondante e di buona qualità. Non potremo disporne se non produrremo una innovazione radicale nella direzione e nella qualità della crescita economica. Sostenibilità, economia verde, risparmio energetico, potenziamento della ricerca di base, nuove tecnologie di sistema: il futuro industriale e della buona occupazione per il nostro paese è lì.

Per andare in questa direzione occorrono due condizioni imprescindibili. La prima: tutte le risorse finanziarie disponibili – a partire da quelle reperibili in Europa – dovranno essere convogliate verso un piano straordinario di investimenti produttivi. La seconda: occorre che il piano di investimenti sia strutturato all’interno di una visione strategica e di un progetto di politica industriale posto sotto la regia dello Stato. Che favorisca l’aggregazione in rete, piuttosto che in forme associative più intime fra imprese dello stesso comparto al fine di eliminare la sterile concorrenza casalinga e produrre una positiva massa critica in grado di reggere l’urto di una globalizzazione che al momento è “cattiva” specie nei confronti di chi non è adeguatamente attrezzato. Così facendo, anche i lavoratori ne trarrebbero beneficio, sia sul piano dei rapporti industriali (più maturi perché più in grande) sia sotto il profilo delle tutele.

I socialisti non sono nemici del mercato; sono nemici delle diseguaglianze economiche e sociali che esso produce. Per questo, soprattutto in una fase di transizione come quella che dobbiamo affrontare, occorre una funzione regolatrice ispirata al perseguimento del “bene comune” che solo lo Stato può assolvere.

Il lavoro e il tempo

Nel progetto politico una parte importante dovrà essere dedicata alla riforma del tempo di lavoro.

L’innalzamento della produttività dei sistemi produttivi è una condizione per un qualsiasi piano di rilancio economico, ma occorre essere consapevoli che avrà conseguenze sulla determinazione della quantità di lavoro necessaria per unità di prodotto. La risposta a questo nodo va ricercata in una nuova politica degli orari basata sulla flessibilità e su una significativa riduzione del tempo di prestazione a parità di retribuzione. Una prospettiva di riforma è resa ancora più impellente dall’esperienza vissuta con il corona-virus. Il tele-lavoro è entrato di prepotenza nella vita lavorativa ed ora costringe a rivedere da capo a fondo il rapporto fra tempo di lavoro, tempo di ricostituzione delle energie psico-fisiche e tempo di formazione. Il tele-lavoro è ben lungi dal prospettarsi come una modalità alternativa alle tradizionali forme di prestazione, tuttavia solleva problemi nuovi che però hanno valenza generale. Per citarne qualcuno, solleva il problema dell’obsolescenza dei sistemi rigidi di orario; pone il nodo dell’autonomia nella gestione della saturazione della prestazione; chiama in causa la questione delicatissima della concreta fruibilità dei diritti contrattuali e di legge connessi alla prestazione. Sono temi che impegneranno a fondo le organizzazioni sindacali, ma che interrogano anche la politica.

Il valore del lavoro

Dalla legge Biagi, al Job Act 2014, al Reddito di cittadinanza 2018, nessun provvedimento ha permesso la consistente diminuzione della disoccupazione. La retorica del lavoro flessibile e dell’eliminazione del vincolo dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori o l’erogazione di sussidi a sostegno della ricerca del lavoro, hanno dimostrato che non era quella la strada da scegliere e percorrere. Il “jobs-act” va sottoposto ad una revisione radicale. Il dispositivo delle c.d. “tutele crescenti” combinato con l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto, si è rivelato uno strumento di potere discrezionale nelle mani dell’imprenditore. Doveva restituire una prospettiva positiva alle forme di lavoro flessibile; si è trasformato nei fatti in un impulso degenerativo del mercato del lavoro, trasformando la flessibilità in precariato di massa.

Ancora più eclatante è il fallimento del “Reddito di cittadinanza”. Doveva contribuire ad “abolire la povertà”; in realtà l’ha resa endemica. Doveva rivoluzionare il mercato del lavoro spronando virtuosamente l’incontro tra la domanda e l’offerta; nella realtà è diventata una esercitazione virtuale, buona per procurare un impiego (temporaneo!) ad un migliaio di “navigator”. Il R.d.C. va abolito e sostituito con una profonda riforma del mercato del lavoro che orienti le risorse verso le assunzioni e la creazione di nuovi posti di lavoro.

Una toppa in questa fase di transizione sarebbe quella di ridare dignità a questi cittadini impegnandoli – coinvolgendoli corpo e mente – ma concretamente, in lavori socialmente utili che ridiano linfa vitale ai più sfortunati. E’ una distorsione che dovrà essere superata nell’ambito di un’ampia riforma del sistema assistenziale che abbia come asse portante il tema storico della separazione della spesa previdenziale da quella assistenziale.

In questo contesto il compito dei socialisti deve essere quello di promuovere una politica dei redditi che, al contrario dei suoi storici precedenti, abbia come obiettivo esplicito l’innalzamento dei salari e dei redditi da lavoro. In questo senso occorre pensare ad un uso mirato della leva fiscale ed alla individuazione di un valore legale dei minimi retributivi da applicare alle lavoratrici ed ai lavoratori non contrattualizzati.

UNA INDISPENSABILE DIMENSIONE EUROPEA

I socialisti, devono creare le condizioni perché in Europa non ci sia una guerra tra poveri che serve ad arricchire solo gli speculatori e le rendite parassitarie. L’Europa del mercato e della falsa concorrenza non è la nostra Europa, noi vogliamo un continente unificato dal lavoro, dalla giustizia sociale e da pari opportunità. Pertanto dobbiamo batterci per uno Statuto Europeo dei diritti dei lavoratori e per un Contratto Europeo di Lavoro che sia di riferimento ai contratti nazionali e che stabilisca, orario di lavoro settimanale unico, salario minimo, tempi ed organizzazione di lavoro e diritti. Infine, sarebbe utile e necessario che in Europa ci fosse una sola età per andare in pensione ed un modello unitario di previdenza.E un’unione fiscale di vantaggio per il lavoro

LO STATO SOCIALE

Nell’era del lavoro post-fordista il compito dei sistemi di welfare deve essere quello di unire ciò che il mercato del lavoro divide e frantuma.

Quando si giungerà ad una definizione soddisfacente di ciò che si intende “post-fordismo”, si tratterà di prendere atto del fatto che la categoria politica dello sfruttamento del lavoro ha mutato significativamente i suoi caratteri ed ancora di più, che il luogo in cui esso si manifesta non è più (soltanto) la fabbrica, ma anche (e forse di più) il mercato del lavoro come tale; che l’oggetto dello sfruttamento più pesante non è più il lavoratore vincolato ai ritmi, alle cadenze, ai carichi di lavoro; ma è il lavoratore precario, in quanto sprovvisto di (una adeguata) rappresentanza sociale, facilmente ricattabile e lasciato alla mercé del rischio di mercato; che il metro dello sfruttamento non è – in sé e per sé – il salario, ma è la mancanza di diritti e di tutele sociali; a cominciare da quelle previdenziali.

Qui sta l’essenza del problema: nel pericolo che dalla radicalizzazione del carattere dualistico e disegualitario del mercato del lavoro possa prendere le mosse una tremenda faglia che può terremotare il rapporto tra le generazioni: tra chi ha rappresentanza sociale e chi non ce l’ha; tra chi dispone di adeguate coperture previdenziali ed assistenziali e chi ne è sprovvisto. Che poi è come dire fra la generazione dei padri e quella dei figli.

Sono dunque le giovani generazioni che entrano nel mercato del lavoro dalla porta di servizio del precariato che sono costrette ad assumersi, insieme al rischio di mercato, anche la quasi certezza di un futuro previdenziale ed assicurativo a rischio di sussistenza.

Eppure sappiamo bene che la flessibilità “nel” lavoro e “del” lavoro è diventato un fattore di sistema. Se questo è il dato di fondo, occorre individuare una risposta capace di fornire una declinazione positiva alla categoria della “flessibilità”, laddove il mercato spinge perché l’unica sua versione sia quella del “precariato”. Ed allora il punto è: come è possibile trasformare la flessibilità del lavoro in modo che sia essa stessa a promuovere “qualità” del lavoro? In altri termini, quando un “lavoro flessibile” può definirsi – dal punto di vista del lavoratore, s’intende – anche un “buon lavoro”?

Si può sostenere che ciò avviene quando si realizza la combinazione di, almeno due delle quattro condizioni che qui possono essere così sintetizzate. La prima. Il lavoro flessibile è un “buon lavoro” se è in grado di assicurare una retribuzione tanto elevata da essere risarcitoria del rischio di mercato. La seconda. Se determina una crescita professionale significativa e dunque un maggiore potere contrattuale del lavoratore sul mercato del lavoro. La terza. Se integra strutturalmente Lavoro, Ricerca ed Innovazione. In ultimo, (ma non certo per importanza), se al lavoratore discontinuo viene comunque assicurata la continuità dei diritti previdenziali ed assicurativi.

Al di fuori di questi fattori, la flessibilità del lavoro smarrisce ogni virtù, per diventare mistificazione sociale precariato e emarginazione. Ed allora, ecco il punto.

Un sistema di welfare moderno e solidale deve agire in modo tale che anche il lavoro flessibile diventi un “buon lavoro”. E per questo la sua missione strategica deve essere quella di assicurare la continuità e la congruità della coperture assicurative e previdenziali anche in condizioni di discontinuità della prestazione di lavoro.