30 Ottobre 2020

CONTRIBUTO ALLA DISCUSSIONE SUL DOCUMENTO “SOCIALISMO E LAVORO”

di Silvano Bonali |

Lavorare meno lavorare tutti. Proporre le 35 ore settimanali per incrementare l’occupazione è demagogico.

Lavorare meno per lavorare tutti è certamente una delle possibilità per una maggiore occupazione, pare perfino lapalissiano peccato che non sia assolutamente facile da realizzare. Le condizioni socioeconomiche necessarie non sono al momento disponibili.

Prospettare di fissare l’orario di delle 35 ore settimanali per lavorare tutti, mantra della sinistra di fine secolo, significa illudere che siano possibili semplici soluzioni a problemi complessi.

Certo è che la banalità dello slogan, particolarmente in odore di elezioni, è molto utile per la caccia di facile consenso. Già pensare che sia realizzabile un incremento occupazionale per legge è folle: si tratta del solito pensiero dirigistico non attuabile se si vive in una economia di mercato. Nonostante ciò ricordiamo che vari sono stati i tentativi legislativi in Italia che vanno dalla proposta di Rifondazione Comunista del 1998 alle altre cinque proposte che si sono susseguite nell’ultimo decennio delle quali peraltro non si ha più notizia.

Anche all’estero ci sono state proposte ed anche più fantasiose; nell’ultimo congresso dei laburisti inglesi (Manifesto laburista di Brighton) il leader Jeremy Corbin ha addirittura avanzato la proposta di riduzione a 32 ore settimanali a parità di salario. Non ho elementi per sapere se la proposta di J. Corbin sia sopportabile dal sistema economico inglese; sono più propenso a pensare sia la solita promessa elettorale che poi non sarà mantenuta.

Da notare che a livello Europa non sembra sia un argomento molto dibattuto e credo che ciò sia dovuto al fatto che si tratta di una tematica squisitamente e strettamente legata alle varie e diverse situazioni socioeconomiche dei vari paesi dell’unione. Però esperienze ce ne sono state di introdurre le 35 ore a parità di salario e in un paese, interessante per noi l’esperienza francese perché ci sono molte similitudini con gli aspetti socioeconomici dell’Italia. Abbiamo così la fortuna di poter valutare l’esperienza francese e capirne le conseguenze.

In Francia le 35 ore sono state introdotte per legge nel 2002 con l’obbiettivo dichiarato di creare almeno 700.000 nuovi posti di lavoro. Si è dimostrata una esperienza fallimentare e disastrosa tanto è vero che i vari governi transalpini succedutisi nell’ultimo decennio hanno cercato in vari modi di mitigare gli effetti deleteri di tale scelta compreso l’attuale di Macron.

Ma cosa è successo in Francia?

Perché è stato un fallimento completo in specifico e soprattutto nel settore privato?

Semplicemente è successo che dopo l’introduzione della legge tantissimi francesi hanno continuato a lavorare 40 ore settimanali percependo come straordinari le 5 di riduzione. Poco spazio quindi per nuovi occupati e aumento dei salari per gli occupati. Come era abbastanza prevedibile oserei dire: il bisogno dei lavoratori non era di lavorare meno ma di guadagnare di più e non averlo capito ha concorso all’insuccesso.

Risultati: incremento occupazionale di scarsissima rilevanza, ovvia crescita di costo del lavoro e conseguente perdita di produttività che ha portato la Francia ad una significativa riduzione delle esportazioni in particolare in area EU. Nel settore pubblico francese si è si avuta una crescita occupazionale che però si è trasformata a parità di servizi offerti in aumento della spesa corrente e conseguente aumento del debito pubblico.

Un disastro!

Teniamo conto che, diversamente da noi, la Francia godeva e gode di buona crescita della produttività e di una migliore equità della condizione socioeconomica, minore differenza fra nord e sud. A questo punto mi domando, vista questa esperienza, se sia possibile proporre in Italia la riduzione d’orario a parità di salario. Osserviamo i dati italiani relativi alla produttività, competitività e costo del lavoro, ore di lavoro.

Se parliamo di produttività (per inciso l’incremento di produttività sarebbe l’unica possibilità per diminuire l’orario a parità di salario) registriamo che è almeno da un ventennio che in Italia non aumenta; addirittura è in calo: nel 2018 (-0,3%), nel 2019 (-0,2%) e nel 2020 sarà drammaticamente negativa.

Se parliamo di costo del lavoro orario, parametro da sorvegliare per non perdere competitività, i dati (stima 2018) sono:

  • Media europea euro 27,4
  • Media area euro euro 30,6
  • Germania euro 34,1
  • Francia euro 36,0
  • Italia euro 28,2

Siamo già sopra la media europea come costo (quindi soffriamo la concorrenza dei paesi dell’est con costo molto più basso) e in contemporanea abbiamo salari netti in busta paga drammaticamente più bassi a causa del cuneo fiscale.

Se parliamo di ore di lavoro annue MEDIE lavorate nei vari paesi i dati OCSE sono:

  • Italia 1723
  • Francia 1520
  • Germania 1363

Sinteticamente: scarsa produttività, competitività compromessa dal cuneo fiscale, lavoriamo più ore per salari netti inferiori. Nessuna illusione quindi: non ci sono spazi per riduzione di orario a parità di salario. Il problema dei lavoratori oggi è guadagnare di più non lavorare di meno.

Non siamo però condannati all’immobilismo; abbandoniamo i falsi e semplicistici slogan e cerchiamo di migliorare la situazione con una politica riformista di graduale miglioramento che potrebbe condurci al raggiungimento di significativi reali risultati. Ecco alcune proposte fattibili e concrete se ci fosse veramente la volontà di favorire nuova occupazione.

Primo punto: iniziare un efficace contrasto all’uso degli straordinari e facciamo si che ognuno lavori le sue 40 ore e basta. Sembrerà assurdo ma ancora oggi per il datore di lavoro il costo del lavoro straordinario è inferiore a quello ordinario. Perché un datore di lavoro dovrebbe assumere invece di ricorrere agli straordinari se questi gli costano meno?

Banalmente occorre rendere molto più costoso il lavoro straordinario magari attraverso un significativo aumento dei contributi sugli straordinari, a carico dell’impresa ovviamente, a favore del fondo per la disoccupazione.

Secondo punto: eliminare lacci e lacciuoli legati al numero dei dipendenti dell’impresa. Molte imprese non assumono per non superare certe soglie di numero dei dipendenti e preferiscono ricorrere agli straordinari in primis o al lavoro interinale, alle cooperative ecc. ecc..

Terzo punto: se mai avremo un incremento di produttività i sindacati cerchino con convinzione di destinarne una parte di questo incremento alla riduzione d’orario armonizzandolo con una riduzione del cuneo fiscale. Necessita poter incrementare i salari netti e ridurre la prestazione, esercizio difficile ma possibile.

Pochi e semplici interventi, comunque non facilissimi da realizzare, che ci dovrebbero mettere su una corretta via augurandoci che, strada facendo, si riesca davvero a poter intravedere il traguardo delle 35 ore per tutti. Non si può creare lavoro per legge, il lavoro cresce solo al crescere della produttività, però possiamo con una corretta normativa correggere le storture del sistema senza promettere ricette facili.

Una esperienza di come non sia facile creare lavoro per i nostri giovani l’abbiamo fatta con la quota cento! Un obbiettivo era anche di sostituire gli anziani con i giovani prospettato come se fosse stato una ovvietà. Quanti solo i giovani nel settore privato che hanno avuto il lavoro in sostituzione dei pensionati?

Non certo 1 a 1 come promesso; nel settore privato tasso di sostituzione poco significativo.

È certo invece il numero dei nuovi pensionati con quota 100 che nel solo 2019 è di 140.000 persone.

Con buona pace della spesa corrente e dell’incremento del debito pubblico (naturalmente a carico dei giovani attuali e futuri che sono restati senza lavoro).