18 Gennaio 2021

PENSARE IN GRANDE

Relazione a cura di Franco Lotito – Coordinatore Nazionale Unità Socialista |

All’inizio del mese di novembre ho sottoposto all’attenzione dei partecipanti al tavolo del CUS ed alla platea più vasta dei nostri interlocutori un documento nel quale mi sono sforzato di fornire elementi di analisi della realtà politica alla luce della necessità di ridefinire i connotati di un nuovo soggetto politico di matrice socialista.

Vi prego di considerare quel documento come uno strumento di lavoro che si sforza innanzitutto di rispondere pragmaticamente a due domande: chi sono coloro che si accingono ad una simile impresa, e soprattutto, che cosa vogliono? Detto altrimenti, abbiamo il dovere primario di essere riconoscibili e per questo dichiarare senza reticenze i nostri obiettivi e le nostre idee.

Questo sforzo di chiarezza è la ragione per la quale il documento si propone come un documento di analisi e di contenuti, aperto alla lettura critica – anche la più serrata – dei partecipanti al Comitato. Ciò comporta l’apertura di una fase di dibattito, di indagine collettiva e di arricchimento.

Per compiere questo lavoro vi propongo un percorso operativo: diamoci un mese di tempo per definire un documento che diventi patrimonio condiviso di idee e di elaborazione di tutti coloro credono nella necessità storica di riportare il socialismo sul terreno della lotta politica. Se lavoreremo bene – ne sono certo – daremo forma concreta ad una piattaforma ideale e politica con la quale saremo chiamati ad avviare una vera e propria fase costituente che nel suo orizzonte deve avere la costruzione di un soggetto politico.

UNA DOMANDA DI SENSO

Nella filigrana del documento è poi possibile scorgere una terza domanda che potremmo definire una domanda di senso. Un “perché”.

L’obiettivo di fondo della nostra iniziativa lo sappiamo. Noi tutti crediamo nella possibilità, anzi, nella necessità storica di dare vita ad un soggetto politico che riporti i socialisti sul terreno della lotta politica. Come protagonisti, non come forza caudataria. Come portatori di novità politica, non come coristi di alte orchestre.

Il fatto è che questo obiettivo politico è già stato al centro di numerosi tentativi messi in campo nel corso degli ultimi vent’anni dalle forze e dalle personalità della “diaspora”. Tutti regolarmente falliti! Perché, dunque questa volta a noi dovrebbe andare meglio? Porci questa domanda è essenziale.

Personalmente ho sempre pensato che a frustrare i molti tentativi del passato siano stati i forti limiti di soggettivismo degli attori e l’idea che fosse sufficiente un progetto sbrigativamente abbozzato con la presunzione che bastasse l’appellativo “socialista” a riempirlo di sostanza, calato dall’alto e tutto giocato sul terreno organizzativo dalle tante anime della diaspora. Sono errori da non ripetere.

Lo sforzo di ricerca che solleva questa domanda suggerisce semmai due possibili piste di indagine di ordine – per così dire – strutturale. La prima ha a che fare con i caratteri della crisi che ormai da oltre un decennio attraversa le economie del mondo occidentale. Esplosa negli USA nel 2008 come crisi finanziaria, ha ben presto varcato l’oceano investendo gli assetti europei, diventando così crisi economica del mondo occidentale e poi crisi sociale che ha sconvolto gli equilibri politici in seno a tutti i paesi dell’UE. La sua durata nel tempo, l’estensione dei suoi fenomeni e la sua profondità dicono a chiare lettere che si tratta, non di una crisi “d’aggiustamento”. Siamo di fronte al declino dei modelli neo-liberisti che il Covid sta squadernando in tutta la sua portata. Insomma si è aperta una crisi di sistema. Se questo approccio è corretto vuol dire che occorrono risposte radicalmente nuove.

Nel contesto di questa crisi planetaria, quella che ha investito il nostro Paese ne è – se possibile una delle manifestazioni, per così dire, più avanzate e mature. Il repertorio dei fattori strutturali di questa crisi è lungo e viene ampiamente dibattuto tutti i giorni ed in maniera persino ossessiva, attraverso un sistema mediatico ipertrofico che cerca famelicamente e rumorosamente tutti gli spunti polemici e di scontro come alimento dello share di ascolto. Dalla stagnazione più che ventennale che divora quote di produttività e competitività sui mercati, alla disoccupazione – specie quella giovanile – che continua a viaggiare con percentuali a due cifre. Dal ritardo digitale, alle condizioni sociali del Mezzogiorno sempre più gravi.

Dunque non è sull’analisi di questo repertorio che intendo soffermarmi. Voglio invece proporvi un ragionamento politico – ed è questa la seconda pista di indagine a cui prima facevo cenno – su quello che a me pare essere il fattore peculiare della nostra “crisi di sistema” e cioè il collasso della società politica come conseguenza del decadimento morale e culturale di élites politiche ormai palesemente inadeguate.

Esiste ormai da tempo un gigantesco problema di qualità e di sostanza politica. Là dove c’era lotta politica come dialettica di idee e di progettualità, ora c’è una confusa baruffa animata da istanze di potere. Accade così che dove la gravità della crisi richiederebbe lungimiranza e visione del futuro, ora c’è il ripiegamento verso la curatela di interessi corporativi e settoriali. Occorrerebbe il coraggio politico necessario per compiere scelte difficili ancorché necessarie per rimettere in carreggiata il Paese, invece abbiamo una litania di compromessi al ribasso. Scappatoie, invece di soluzioni politiche all’altezza della situazione. Insomma, occorrerebbero statisti che guardano lontano, invece abbiamo amministratori di condominio.

È una crisi profonda e trasversale; che attraversa tutte le forze politiche e che ha radici lontane. La sua insorgenza può essere collocata nel contesto socio-politico prodotto dalla crisi finanziaria del 2008-2009 quando la politica si smarrisce di fronte agli effetti spaventosi della crisi, decide di abbandonare il campo e lascia il passo alle Tecnostrutture. Accade in Europa dove il consesso dei capi di Stato e di governo lascia alle burocrazie di Bruxelles il compito di somministrare il ricettario austeritario dei tagli alla spesa (Grecia docet). Accade in Italia, dove Mario Monti viene chiamato a costituire in fretta e furia un governo tecnico per riportare lo spread sui Titoli di Stato ad un livello sostenibile. È la politica che va in panchina.

Di più. È una “crisi di sistema” perchè scava nel tessuto democratico; che mina il senso di solidarietà sociale inoculando un individualismo nutrito di egoismo; che esaspera una crisi di fiducia tra società politica e società civile e che produce uno sbandamento del sentimento popolare senza precedenti. Da questo sbandamento nascono i due fenomeni socio-politici che caratterizzano il nostro tempo.

I 5STELLE

Innanzitutto l’avvento del movimento dei “5 Stelle”, che nel volgere di poco più di un triennio passa dal “vaffa” gridato dal suo animatore in una piazza bolognese alla conquista della maggioranza parlamentare. Cosa è stato questo fenomeno se non una spettacolare mozione di sfiducia verso la classe politica tradizionale? Il fatto è che il passaggio delle chiavi del governo nelle mani degli epigoni di Beppe Grillo, lungi dall’aver risolto il problema della qualità della politica, ha consegnato il Paese ad un ceto politico raccogliticcio, impreparato, del tutto privo del senso dello Stato. E come se non bastasse, portatore di una pericolosa dottrina anti-democratica.

LA DESTRA

Il secondo fenomeno è la crescita del populismo nella versione becera, reazionaria ed anti europeista di cui Salvini e Meloni si fanno interpreti. E’ un fenomeno sicuramente alimentato dal disagio sociale provocato dalla crisi economica, ma che ha assunto il carattere di movimento politico di massa da quando una parte rilevante del tradizionale elettorato moderato di centro-destra, insieme a frange non secondarie di elettorato popolare, ha trasferito il suo consenso sulle formazioni neo-nazionaliste di destra. Il populismo di destra è un imbroglio con il quale si cerca di ingannare il popolo sulle cause reali che ne hanno determinato l’arretramento sociale. In altra sede sarà necessario tornare su questo aspetto del fenomeno per indagarne le caratteristiche sociologiche. Con ogni probabilità dovremo fare i conti con il sentimento della paura per il futuro di una società che invecchiando, tende d’istinto alla “conservazione”.

Qui mi preme mettere in risalto il dato politico e cioè che il consenso popolare di cui beneficia questa destra continua ad essere ampio e tendenzialmente maggioritario nel Paese. E ciò malgrado l’esito fallimentare dell’esperimento di governo giallo-verde, la palese difficoltà a trovare una sintesi unitaria tra le forze dell’opposizione e malgrado l’assenza totale di un’offerta politica e strategica per portare il Paese fuori dalla crisi ed oltre il Covid. Perché?

LA SINISTRA

La mia risposta è che la franchigia politica di cui gode lo schieramento di destra in questa fase dipende dal fatto che ha di fronte a se una sinistra priva di una sua precisa identità in termini di rappresentanza delle forze sociali; senza una strategia di governo degna di questo nome e, quel che è peggio, priva di una prospettiva unitaria. Sta al governo, ma non sta nel vivo delle contraddizioni che lacerano la società. Ci sta malgrado abbia subito una delle più pesanti sconfitte elettorali nel voto del 2018, priva quindi di una legittimità popolare a governare il Paese. Condivide, in posizione subalterna la responsabilità di governo con un alleato dal quale la divide tutto. All’emergenza sociale politica ed economica di cui il governo Conte è la materializzazione, la sinistra sembra aver consegnato tutte le sue armi. Nessun “Progetto “ politico-strategico se non quello di far durare questo governo fino al 2023.

Identità opaca; abulia progettuale; frammentazione delle forze. Ed ora anche una deriva neo-dorotea che la tiene incatenata al potere di governo, costi quel che costi: Questa è dunque l’offerta politica delle forze della sinistra in questa fase. Tutte, nessuna esclusa! C’è da stupirsi se Salvini e Meloni continua a spadroneggiare nel discorso pubblico ed a tenere così alto il loro dividendo di consensi?

IL GOVERNO

In questo contesto il quadro di governo si presenta come un groviglio inestricabile di paradossi.

In Parlamento c’è una maggioranza che, quando chiamata, vota la fiducia, ma nella sostanza è una maggioranza che si ritrova di volta in volta solo come una pura espressione aritmetica.

Il campo dove operano le forze di governo è nei fatti un campo di battaglia dove si confrontano forze dichiaratamente ostili, che platealmente si contendono palmo a palmo gli spazi di iniziativa politica, salvo rappattumare compromessi di nessun valore in nome della pura sopravvivenza.

Il capo del governo non si fida degli alleati che lo sostengono. E gli alleati – che non si fidano l’uno dell’altro – insieme, non si fidano di lui.

L’Italia è alle prese con una crisi spaventosa che reclama lungimiranza, capacità di progetto, coraggio, responsabilità e coesione. Invece ha a disposizione una classe politica in prede all’improvvisazione, al pressappochismo ed al culto dell’autoconservazione.

Insomma, la verità è che questo governo è una contraddizione in sé. È nato come un accidente della storia, e non sopravvivrà un solo minuto alla fine dello stato di emergenza sanitaria.

IL CHE FARE

Al momento nessuno è in grado di pronosticare gli sviluppi del quadro politico né le tempistiche della crisi di governo. L’unica cosa di cui, al momento si può essere ragionevolmente sicuri è che anche la polemica “interna corporis” della maggioranza di governo che tanto appassiona il discorso politico in queste ore si concluderà con l’ennesimo compromesso politico. Che sarà celebrato con l’ennesima conferenza stampa del Presidente del Consiglio ecumenico e generico come vuole la tradizione, a cui farà eco lo squittio del leader di “Italia Viva” per rivendicare il risultato raggiunto grazie alla sua sagacia. A seguire l’omelia del segretario del PD che – curiale come sempre – celebrerà le “meravigliose sorti e progressive” del governo. LEU: non pervenuto!

Si andrà avanti. Si voterà la Legge di Bilancio (che dovrà certificare lo spettacolare livello raggiunto dal Debito Pubblico) e si andrà avanti. Si tornerà a parlare di Recovery Found e di “cabine di regia”. Si imbastiranno nuove linee di conflitto e nuovi, fragili compromessi per sanarle. E si andrà avanti. Fino a quando sarà possibile. Il vero punto di domanda al quale la classe politica sembra voler sfuggire è: fino a quando sarà possibile?

Naturalmente non saremo certo noi a negare l’estrema delicatezza della fase in atto e men che meno l’oggettiva utilità di un governo che con la sua sola esistenza in vita riesce a tenere all’opposizione Salvini e Meloni. Non è poco, ma se è soltanto questo è troppo poco. Quel che è certo è che quando quel momento arriverà tutta la sinistra non potrà sfuggire al suo ubi consistam. In quel momento dovrà interrogarsi sulla visione di società che vuole costruire, sulla sua rappresentanza sociale, a partire dal nodo cruciale del rapporto con le forze del lavoro. E dovrà ripensare lo schema delle alleanze politiche per governare il Paese. A questo riguardo se immagina di ridisegnare il suo orizzonte coltivando un’aspettativa di alleanza strategica con il movimento dei “5Stelle” corteggiandone lo stato maggiore e riducendo la sua iniziativa politica a puro tatticismo di governo, la sua sorte è segnata.

I “5Stelle” non sono altro che un gigantesco fraintendimento politico. Isterismo ideologico; velleitarismo; populismo di risulta; qualche traccia di ambientalismo ecologista e tanto infantilismo tattico: l’offerta politica dei “5Stelle” era e continua ad essere tutta qui. Tutto era già ben chiaro, anzi veniva persino ostentato dai suoi predicatori alla vigilia del voto del 2014 che ne segnò la prima affermazione politica, ed a continuato ad essere presente negli anni successivi, se possibile con maggiore arroganza nel rapporto con l’opinione pubblica fino al voto di due anni fa che ne ha sancito il trionfo politico. Eppure una parte rilevante dell’elettorato di sinistra, quell’offerta politica, l’ha presa per buona. Ciò è potuto accadere perché in quel voto hanno finito per mescolarsi la radicalità della domanda di cambiamento delle cose ed il consumarsi di una rottura, in molti casi persino sentimentale, tra la sinistra ed il suo popolo.

In quella società politica che volevano rivoltare come un calzino; in quel Parlamento che volevano aprire come una scatola di sardine ora ci sono anche loro ben accomodati sulle poltrone e sugli strapuntini del governo. Ed hanno tutta l’aria di volerci restare, almeno fino a quando il prossimo voto degli italiani non li riconsegnerà in massa ai doveri del lavoro civile. Non vale dunque la pena di occuparsi dei “5Stelle” come formazione politica e come forza parlamentare. Vale la pena invece mettere in campo le azioni per riconquistare quell’elettorato di sinistra che due anni fa vi si è rifugiato. E se al prossimo appuntamento con le urne quell’elettorato non troverà un soggetto politico pronto ad accoglierlo e a dare formo politica alla sua domanda di cambiamento, non solo le sorti della sinistra saranno segnate per lungo tempo, ma potremmo anche trovarci di fronte ad un drammatico collasso del sistema democratico.

Ciò potrà essere evitato soltanto se si materializzerà un progetto socialista nutrito di quel riformismo radicale ed europeista che – solo – può restituire al Paese, al mondo del lavoro ed alle generazioni future una speranza ed una prospettiva d’avvenire.

Questo è il compito che ci attende. Ed abbiamo un anno di tempo per realizzarlo.

Occorre almeno un anno per verificare la concreta praticabilità del nostro progetto, durante il quale non potremo consentirci distrazioni e fermate intermedie, magari per prestare orecchio a qualche sirena elettorale. Deve essere un anno di lavoro intenso e vissuto collettivamente. Per questo vi propongo un programma di lavoro articolato su sette grandi linee di ricerca.

► l’Europa innanzitutto

Il tempo del neo-liberismo come chiave di volta delle grandi scelte per la comunità europea è finito. Ora è tempo che finisca anche il dominio delle tecnostrutture. Il primato deve tornare alla politica per riprendere il cammino dell’unità come progetto di unità in chiave federalista.

► La riconversione ecologica dell’economia

La green-economy è – deve essere! – la riforma ecologica dell’economia, nel senso che l’economia verde non deve essere considerata come la sezione  ”verde” dell’economia, ma come l’economia stessa.

► Il Lavoro

Il lavoro deve tornare come asse centrale di un grande progetto di ricostruzione valoriale – prima ancora che strutturale – della società e dell’economia, cioè non solo come il parametro di riferimento con il quale ripensare una politica economica capace finalmente di coniugare espansione e sostenibilità, ma soprattutto come fattore imprescindibile di coesione sociale e come architrave di una nuova cittadinanza basata sul principio del “bene comune”.

► La Giustizia fiscale

Intesa come requisito fondamentale per realizzare la giustizia sociale. Dobbiamo sbarazzarci del mito pauperista celebrato con lo slogan: “meno tasse per tutti”. È un inganno ai danni dei redditi più bassi ed un incentivo che è servito ad accrescere le diseguaglianze sociali.

► La riforma del sistema di Welfare

Il principio universalista ha subito, nel corso degli ultimi due decenni serissime lesioni. Va ripristinato. La chiave della riforma va individuata nelle profonde trasformazioni prodottesi nel mercato del lavoro e nella struttura dei nuovi fabbisogni di assistenza. Il welfare deve unire ciò che il mercato divide e sopratutto deve ricostruire un nuovo patto intergenerazionale.

► La riforma dell’assetto dei poteri costituzionali e della forma dello Stato

La partecipazione democratica deve essere messa al centro di un nuovo processo di riforma delle istituzioni. La mobilitazione populista, specie quella realizzata attraverso le piazze mediatiche, è l’esatto contrario della partecipazione sociale. Questa si realizza compiutamente quando funzionano bene i corpi intermedi e quando le strutture democratiche dello Stato mostrano capacità di risposta legislativa e funzionale.

La riforma del Titolo V° della Costituzione varata nel 2001 fu un grave errore. Lo spettacolo dei rapporti Stato-Regioni che sta andando quotidianamente in scena per effetto dell’emergenza sanitaria è vergognoso.

Va rilanciata la riforma del bicameralismo alla luce della crisi gravissima che sta vivendo l’istituto parlamentare.

Il taglio del numero dei parlamentari sancito dal voto referendario impone una vera riforma della legge elettorale. Che può essere tale soltanto se restituirà all’elettore il diritto di preferenza.

► La Riforma del sistema giudiziario

La riforma della macchina della giustizia è l’altra faccia – ineludibile – della giustizia sociale. C’è certezza del Diritto se il pieno rispetto del principio di innocenza si realizza attraverso la certezza del processo (i tempi), la certezza della pena, ed una riforma del sistema carcerario che metta fine alla condizione insostenibile del sovraffollamento.

Su questi temi, ammesso che siano quelli giusti, occorrerà impostare un lavoro seminariale che miri ad approfondire, ad elaborare idee da lanciare per partecipare nella forma più attiva possibile alla formazione del discorso pubblico, ma soprattutto a creare una base di valori condivisi ed una comunica di idee.

Però una “comunità di idee” esiste davvero se questa promuove il lavoro politico nel Territorio, se cioè si misura giorno per giorno con la realtà concreta, in mezzo alle contraddizioni dolorose e laceranti delle diseguaglianze e del disagio sociale; del lavoro negato; del lavoro mortificato dalla rarefazione dei diritti (quei diritti che un grande socialista, Giacomo Brodolini, ebbe il merito di codificare con la Statuto dei diritti dei lavoratori); in mezzo agli sconvolgimenti che i flussi migratori provocano sul senso di coesione e di identità sociale.

È qui che i socialisti debbono stare. Per ascoltare, per imparare la grammatica dei fatti reali. Per restituire speranza. Ed allora, conclusivamente, lasciatemelo dire così: se vogliamo rendere il socialismo nuovamente riconoscibile; se vogliamo essere forza popolare; se vogliamo tornare ad essere protagonisti della vita politica del Paese dobbiamo spalare sofferenza sociale.

Se poi vogliamo essere grandi dobbiamo pensare in grande.

Roma, 17 dicembre 2020