22 Settembre 2021

CONSIDERAZIONI SULLA FASE POLITICA

 

 di Franco Lotito Coordinatore Nazionale Comitato Unità Socialista |

 

Roma, 25 Febbraio 2021 – Relazione in video Conferenza |

12 giorni fa il Parlamento ha concesso la fiducia a Mario Draghi ponendo così fine ad una crisi di governo tra le più lunghe e tormentose. Quando la crisi sembrava avvitata su se stessa, con le forze politiche della maggioranza giallo-rossa disperatamente ed inutilmente abbarbicate a Giuseppe Conte, ma disperatamente incapaci di mettere insieme una qualche comitiva di mercenari che tenesse in piedi quel governo, noi del CUS abbiamo assunto una posizione pubblica formale con un documento politico, denunciando con nettezza i connotati degenerativi del quadro politico, indicando i nodi di fondo da mettere al centro dell’azione di governo e prospettando la necessità di una iniziativa del Presidente della Repubblica per dare uno sbocco istituzionale alla crisi di governo.

A quel documento demmo un titolo che sintetizzasse la drammaticità della situazione e, insieme, l’urgenza di una soluzione di governo: “Mettere in sicurezza l’Italia”. La crisi, grazie all’iniziativa del Quirinale è stata risolta sul piano istituzionale. Mario Draghi ha ricevuto l’incarico, ha formato il nuovo governo, ed il programma che ha presentato alle Camere recava la stessa intestazione del nostro documento: “Mettere in sicurezza L’Italia”.

Naturalmente noi del CUS faremmo la parte di patetiche mosche cocchiere se ci mettessimo a rivendicare una qualche paternità della soluzione di governo. Resta tuttavia un dato oggettivo e cioè che la lettura della crisi che abbiamo proposto e le soluzioni che abbiamo indicato – persino la parola d’ordine del programma di governo – erano quelle giuste.

Se fossimo già quel soggetto politico che vogliamo essere, adesso passeremmo da un talck-show all’altro a dare risalto e valore politico alla nostra lungimiranza. Non essendolo (ancora) abbiamo sperato che il documento filtrasse nel territorio e fosse diffuso utilizzando i social e la rete organizzativa di cui pur disponiamo grazie a “Socialismo XXI”. Diciamo che andrà meglio la prossima volta. Però forse un monito questa piccola esperienza ce lo consegna. Il soggetto politico che vogliamo non è una consegna a domicilio. Per esserlo dobbiamo imparare a fare azione politica utilizzando anche i nostri documenti come strumenti di lavoro sul territorio.

Dobbiamo averlo ben chiaro: senza quello che un tempo si chiamava “lavoro di base” fatto di prossimità, di contatti, di divulgazione e di impegno militante la costruzione di un nuovo soggetto socialista, resterà una pura velleità politica.

Di questo aspetto, che mette insieme la formazione di una nuova piattaforma politica con il nodo dell’organizzazione concreta del lavoro politico, tornerò a parlare più avanti, nella seconda parte di questa relazione. Qui invece, tenendo fede alle ragioni del nostro incontro indicate nella lettera di convocazione, è necessario soffermarci seppure rapidamente, sul quadro politico generale così come ce lo consegna la soluzione della crisi di governo.

LO SBOCCO DELLA CRISI DI GOVERNO

Quello che emerge dalla soluzione della crisi è un assetto apertamente dichiaratamente duale che se da una parte chiude la crisi sul piano istituzionale dall’altra lascia del tutto irrisolta la crisi politica.

Una cosa è Mario Draghi con la squadra di tecnici che lui ha scelto per guidare i ministeri-chiave. Un personale di sicura competenza professionale e scientifica che si accinge a mettere mano ad una progettazione credibile per l’impiego delle enormi risorse che ci mette a disposizione il NEXT GENERATION EU. Così come è ragionevole attendersi che la (ormai fin troppo celebrata) caratura internazionale di Mario Draghi restituisca al nostro Paese un ruolo di primo piano, insieme a Francia e Germania, nel riavvio del processo di costruzione della dimensione politica e sociale dell’Europa.

Naturalmente questo governo è chiamato ad agire con la massima determinazione per risolvere, o quantomeno mettere sotto controllo la crisi pandemica agendo con la massima determinazione per accelerare il piano di vaccinazione. E deve farlo, non solo per mettere in sicurezza il bene primario della salute dei cittadini, ma anche perché gli effetti economici e sociali che la pandemia sta provocando stanno rapidamente raggiungendo un punto di non-ritorno. Un Debito pubblico che ha raggiunto la soglia spaventosa del 159% del PIL non può tollerare una ulteriore dilatazione. Per non dire delle condizioni altrettanto disastrose del mercato del lavoro, dove cresce senza sosta la disoccupazione e dove il lavoro precario sta mangiando il lavoro stabile ed il lavoro nero sta prendendo il posto del lavoro precario.

Da quattro mesi a questa parte la Caritas sta registrando una crescita costante nella richiesta di buoni-spesa e di pacchi di generi alimentari. Sono le famiglie che letteralmente non hanno più risorse per il pranzo e per la cena e debbono rinunciare alla dignità della persona per procurarseli.

Le misure profilattiche contro il virus sono dunque assolutamente necessarie, ma sta giungendo il momento in cui ci si dovrà chiedere se il protocollo lock-down generalizzati-più-sussidi-a-pioggia sia quello giusto per mettere in sicurezza il l’Italia.

Meno ragionevole è attendersi che, oltre a “Recovery Plan” e “Pandemia” questo governo sia in grado di occuparsi anche delle riforme di sistema. Certo, Draghi ha parlato diffusamente nella presentazione del suo Governo davanti alla Camere di Fisco, di Pubblica Amministrazione e di Giustizia. Lo ha fatto con enfasi sincera, con argomentazioni meditate e persino (come nel caso della riforma fiscale) con qualche esemplificazione. E Dio solo sa quanto queste ed altre importantissime riforme, siano urgenti e necessarie per restituire al sistema-Italia la forza necessaria per allontanarlo dal rischio, purtroppo immanente, di una crisi strutturale.

Il fatto è che per fare le riforme – soprattutto le riforme di sistema – occorrerebbe una maggioranza parlamentare costituita sulla base di una visione comune. Compatta nella volontà di indicare la direzione di fondo del processo riformatore. Determinata a combattere per realizzarle. Pronta a scontrarsi con i centri di potere che, vedendo minacciate le loro posizioni (non esistono riforme di struttura indolori) metterebbero in campo tutto il loro potere lobbistico per impedirle.

Questa maggioranza, Draghi non ce l’ha. Perché, per l’appunto una cosa è Mario Draghi, che ha permesso la soluzione istituzionale della crisi di governo. Altra cosa è la maggioranza di governo che lo sostiene che continua a rimandare l’immagine di una crisi profonda della politica che rimane irrisolta.

A guardarla con l’occhio retrospettivo della breve storia dei suoi tre anni di vita, questa sconclusionata legislatura è quanto di più paradossale abbia visto la storia repubblicana. Nata da un voto che premiava largamente il populismo di destra e la protesta anti-sistema, ha visto susseguirsi rapidamente tre governi nel segno della più clamorosa contraddizione. L’uno con l’altro. Che nel più completo disprezzo di quella che un tempo si chiamava “coerenza politica” ha combinato formule bizzarre dando vita, prima a due maggioranze di governo che, seppur contrapposte dal punto di vista delle alleanze politiche, sono state guidate dallo stesso Presidente del Consiglio. Ed ora ad un governo, frutto di una “nuova” variopinta maggioranza nella quale si ritrovano tutti insieme appassionatamente, centro-destra e centro-sinistra; gli europeisti che giuravano guerra frontale contro la Lega salviniana e gli arrabbiati anti-europeisti della stessa Lega che si professavano tali fino ad un minuto prima di gridare a gran voce: “W Mario Draghi. W l’Europa”. Salvini in testa.

In mezzo c’è il corpaccione ormai informe dei “5 Stelle”, impegnati strenuamente a sostenere la-qualunque pur di mantenere le posizioni di potere acquisite stando al governo, allontanando per quanto possibile la sicura punizione che li attende nelle urne. Fine davvero miserabile per un Movimento al quale appena tre anni fa la maggioranza degli elettori aveva dato il mandato di aprire le istituzioni politiche come una scatola di tonno.

Questo governo ha realisticamente davanti a se l’anno di vita che lo separa dall’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Il tempo necessario a Mario Draghi per predisporre e blindare il Recovery Plan e domare la pandemia. Poi, anche questa fase politica sarà conclusa.

In questo frattempo le forze politiche all’interno della maggioranza di governo riprenderanno le vecchie consuetudini. Tutti, da destra e da sinistra renderanno omaggio all’impellente necessità di varare le grandi e poderose riforme che-servono-al-bene-del-Paese. Giusto il tempo per concedere l’intervista di rito prima di rituffarsi con rinnovato fervore nella cura delle salmerie.

Nel nome dell’unità dell’azione di governo ciascun ministro farà di tutto per rimarcare la sua autonomia al servizio degli interessi della sua appartenenza politica. La comunicazione prenderà il sopravvento sulla continuità dell’azione.

Torneranno a crescere i temi divisivi (e ce ne sono!) ed i toni dello scontro, alla ricerca di quel tanto di profilo identitario che li renda riconoscibili e distinguibili l’uno dall’altro. In fondo prima o poi dovranno pur ripresentarsi davanti agli elettori.

Naturalmente nessuno, allo stato delle cose può dire con ragionevole certezza se Mario Draghi, compiuto il suo programma sostanziale, restituirà il mandato aprendo al ricorso anticipato alle urne, o se questo governo giungerà al termine della legislatura. Tutto quello che si può dire in termini oggettivi è che il dualismo di natura di questo Esecutivo non è di per sé un requisito di stabilità politica. Staremo a vedere.

IL RUOLO DEI SOCIALISTI

In questo contesto generale noi dobbiamo collocare il lavoro politico del CUS e compiere le indispensabili scelte operative. Nelle scorse settimane, insieme ad Aldo Potenza, Silvano Veronese e Vincenzo Lorè ho compiuto un lungo giro di riunioni regionali che mi ha consentito di conoscere, anche se solo in video-conferenza tanti compagni.

Debbo dire con franchezza che una discussione di merito sul documento politico programmatico lanciato nel dibattito agli inizi dello scorso dicembre – che pure era l’oggetto delle riunioni – non c’è stata. L’ho dato per letto, naturalmente. Mi sono sforzato -temo non riuscendovi – di chiarire il suo contenuto e di definire la sua funzione di premessa ideale e programmatica alla fase costitutiva del nuovo soggetto. Il dibattito ha girato al largo, anzi alla fine la vera domanda che si poteva leggere nella filigrana degli interventi era, sbrigativamente: “quand’è che facciamo nascere questo benedetto soggetto politico socialista”. Bene. Allora, al netto dei documenti che continuo a dare per letti e condivisi, se questa è la domanda delle cento pistole, ripartiamo da qui.

Tanto per cominciare occorre una premessa. Indispensabile.

Per aspirare ad essere soggetto politico capace di azione politica, di rappresentare qualcosa e di incidere sulla realtà, non basta definirsi “socialisti”. Quella del socialismo è una storia straordinaria, legata alle lotte operaie ed antifasciste ed alle grandi conquiste politiche, sociali e civili del XX secolo, a partire dalla Costituzione repubblicana e democratica. E una storia che dobbiamo rivendicare con orgoglio. In tutte le sue parti. Ma, per l’appunto è storia. Voglio essere ancora più chiaro. Il nostro compito non è quello di richiamare in vita il vecchio “Partito Socialista Italiano”. Il nostro compito è quello di proporre il socialismo come la vera novità politica del nostro tempo. Questo vuol dire che dobbiamo decidere che cosa vogliamo essere; chi e che cosa vogliamo rappresentare in una società dove le diseguaglianze sono diventate gigantesche. Se vogliamo essere “partito” dobbiamo dichiarare da che parte vogliamo stare, e qual’è il campo di gioco in cui vogliamo giocare.

CHI SIAMO

Il nostro punto di riferimento centrale è – deve essere – il Lavoro. Il lavoro in tutte le sue declinazioni ed articolazioni sociali. (A questo riguardo vi prego di riprendere in mano il documento che è stato redatto nello scorso mese di giugno). Ed il nostro orizzonte strategico deve avere come obiettivo quello di mettere in asse il tema del valore sociale del lavoro con la prospettiva – ineludibile! – della transizione ecologica del sistema economico e produttivo. Altrove e con maggiore approfondimento dovremo affrontare questi temi. Qui vorrei fare un passo avanti per approfondire il nodo della collocazione politica.

DOVE DOBBIAMO ESSERE

Per i socialisti una opzione, per così dire “centrista” – della serie, non siamo né di destra né di sinistra – semplicemente non esiste! E per due buone ragioni.

La prima è che il centrismo, è una categoria meta-politica. Utile per connotare lo spazio dove consuetudinariamente si sviluppa il compromesso e si forma l’azione di governo; funzione importantissima naturalmente, ma che di per sé non definisce identità politica e visione strategica. Si può forse dire che il centrismo è ciò che è; non ciò che dovrebbe essere. Il nostro problema invece è che dobbiamo tornare ad “essere”.

La seconda ragione è che la destra e la sinistra esistono. Eccome!

La destra esiste e – ahinoi – gode buona salute. Può contare già su un ampio consenso popolare ed è ben radicata nell’area più ricca e produttiva del Paese. Per la Lega votano gli artigiani ed i piccoli imprenditori del bresciano, le partite IVA dell’hinterland milanese, una parte considerevole del ceto medio piemontese e ligure. E gli operai di Porto Marghera.

Votano a destra malgrado sia una destra indecente. Razzista, anti-europeista, fascistoide e comunque sostanzialmente anti-democratica; sguaiata e cialtrona. Lo fanno – l’ho già detto altrove – prima ancora che per intima convinzione, perché si guardano intorno e vedono che è l’unica offerta politica disponibile.

Drammatico a dir poco è invece il paesaggio della sinistra. Mai nella sua storia le sue forze erano apparse così disorientate e disperse. Ed in questo senso, enormi sono le responsabilità politiche del Partito Democratico. Due parole sono necessarie sulla parabola politico di questo partito. La prima parte della sua vita l’ha trascorsa alla ricerca di una “terza via” che mai nessuno è riuscito a scoprire cosa fosse esattamente e dove doveva condurre. Con buona pace di Walter Veltroni. Poi arrivò Matteo Renzi, il “rottamatore”, che contribuì a sbianchettare quel poco di “rosso” che ancora era rimasto accompagnando alla porta Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani che, alla testa di un drappello residuo di ex DS, avrebbero dato vita a LEU.

Poi, dopo la disastrosa sconfitta elettorale del 2018, fu la volta di Nicola Zingaretti che annunciava cambiamento e rigenerazione. Poco più che un sussulto. Perché, giusto qualche mese ed il nuovo segretario ha dovuto ripiegare bandiere e buoni propositi e mettersi al posto di voga per mandare avanti il vascello giallo-rosso del Conte2. Zingaretti al Nazareno a mimare il ruolo di segretario del partito; Franceschini al governo. A governare, oltre ai Beni Culturali (e bisogna dire, in maniera egregia) anche la rotta politica del partito; a tenere la mano dei 5S e a tirare a campare. Fino al fallimento politico certificato dalla nascita del governo di Mario Draghi.

Una deriva neo-centrista e neo-dorotea che ne sta mutando la natura trasformandolo in una sorta di agenzia specializzata nell’azione di governo; Un progetto di alleanza strategica con un M5S ormai in decomposizione che assomiglia ad un abbraccio della buona morte; un programma di sopravvivenza politica aggrappato alla sopravvivenza della legislatura; lo smarrimento di una visione strategica da offrire al Paese per condurlo fuori dalla crisi: questa è l’offerta politica del PD.

Adesso i segni della sua crisi sono così manifesti da aver aperto un dibattito che chiama in causa le stesse ragioni costitutive del partito, prima ancora che la ricerca di una nuova linea politica. La discussione è stata aperta dalle Donne del PD che hanno messo sotto accusa il criterio correntizio e spartitorio adottato per la formazione della squadra di governo, ma che ha preso rapidamente la piega di un dibattito generale sulla necessità di un congresso che interroghi a fondo sulla crisi politica, ideale ed identitaria del partito. Ed io aggiungo sulla qualità del suo gruppo dirigente. In questo quadro LEU è poco più che un epi-fenomeno che non richiede una particolare trattazione..

Naturalmente i problemi del PD riguardano soprattutto il PD, ma è nostro dovere, mentre lavoriamo per l’unità socialista, guardare con la massima attenzione a quel che succede da quelle parti. Perché malgrado tutto in quel recinto politico continua a raccogliersi una buona metà dell’elettorato di sinistra.

Questo dunque è il terreno del nostro lavoro politico; la sfida che sta davanti a noi. E questo è il momento in cui i socialisti debbono farsi motore di un vasto processo che miri a mettere in campo una nuova offerta politica; che richiami tutte le forze della sinistra ad un nuovo progetto unitario ed alla costruzione di una piattaforma programmatica per la rigenerazione democratica e progressista per il Paese.

IL NODO DELL’OPERATIVITÀ

A questo punto credo risulti ben chiaro perché noi dobbiamo accelerare il passo dell’organizzazione delle nostre forze procedendo alla costituzione dei Comitati per l’Unità Socialista in tutte le regioni.

Esemplare sotto questo profilo è l’operato dei compagni della Campania che pochi giorni fa, in un documento molto chiaro hanno dato conto delle idee e delle forze con cui hanno costituito il CUS della Campania. È un ottimo esempio che invito a seguire ed al quale aggiungo solo un minuscolo breviario operativo per far vivere i CUS e per fare lavoro politico.

  • I documenti vanno letti. Tutti. Sempre. Poi vanno discussi e se necessario, vanno criticati e cambiati.
  • I documenti vanno diffusi. Solo così servono a qualcosa.
  • Per diffondere efficacemente i nostri documenti occorre costruire una rete di rapporti con i Media locali ed utilizzando a fondo la rete Social.
  • Va potenziata la rete dei contatti sollecitando la partecipazione di tutte le energie socialiste, ma non soltanto a quelle. Occorre aprire a tutte le energie della sinistra: → al mondo laico progressista → all’universo ambientalista → al mondo sindacale → al volontariato sociale → all’associazionismo politico presente sul territorio.

Insomma dobbiamo dialogare con tutti. Con tutti ferma restando una netta discriminante verso destra. E su questo punto voglio esser ben chiaro. So bene che sul territorio operano associazioni che, pur definendosi socialiste (magari con l’orpello di un aggettivo) non disdegnano la frequentazione delle formazioni di destra. Con questi soggetti noi non abbiamo niente in comune.

L’APPUNTAMENTO DEL VOTO AMMINISTRATIVO

Le questioni organizzative di ci ho appena detto costituiscono un ottimo spunto per affrontare il tema del prossimo appuntamento del voto amministrativo. Come sappiamo si vota nelle principali città a partire da Roma e si vota in Calabria. Come dire che un buon terzo dell’elettorato sarà chiamato alle urne. È un test politico di prima grandezza che non può essere messo tra le varie ed eventuali. Dobbiamo parlarne.

La prima considerazione che dobbiamo fare è che la rilevanza del voto sta non solo nella sua dimensione quantitativa. Ma anche nel fatto che la mancata soluzione della crisi politica si rifletterà ampiamente sul comportamento di voto accentuando da una parte la propensione astensionista, e dall’altra la liquidità. Quale direzione possano prendere i nuovi flussi elettorali nessuno allo stato può prevedere.

Il CUS non è un partito, ma uno dei compiti a cui cerca di provvedere e quello di agire come un laboratorio nel quale è in atto un esperimento di formazione di una cultura di partito. Che di fronte ad un appuntamento importante come quello del prossimo voto amministrativo si pone il problema di mettere in campo un’offerta politica credibile per gli elettori che si recano alle urne.

Detto altrimenti, dobbiamo valutare se esistono le condizioni politiche ed operative per una presenza socialista nella prossima competizione. So che sul territorio la questione è già sul tavolo. Per questo vi propongo di affrontare la discussione in termini pragmatici.

Dal punto di vista generale l’impresa ha un senso solo se ha come obiettivo di fondo l’avvio di un processo di riconoscibilità pubblica del progetto socialista. Per questo il punto centrale nel rapporto con gli elettori deve essere. “chi siamo” . La declinazione del nome del candidato viene dopo.

In questa chiave occorre dare ad un nostro tentativo un approccio necessariamente sperimentale cioè che verifichi le condizioni concrete sulla base di una griglia di parametri che può essere così riassunta.

  • Le liste debbono essere chiaramente riconoscibili come socialiste
  • Debbono marcare la loro autonomia politica, quindi non assimilabili nel campo indistinto del civismo.
  • Debbono essere il portato del più ampio coinvolgimento di forze che si riconoscono nel socialismo.
  • La loro collocazione deve essere nel campo delle forze della sinistra.
  • Debbono essere sostenute da un Patto duraturo tra le forze promotrici che le impegni a proseguire l’esperimento unitario anche dopo il voto. Quale che ne sia l’esito.

Questi i criteri di base che naturalmente dovranno essere calati nella realtà concreta del territorio. Per questo, nell’arco delle prossime due settimane sarà necessario convocare specifiche riunioni regionali per valutare sul campo tutti gli aspetti del quadro politico locale, delle forze in campo, della nostra capacità di aggregazione e dei punti di forza e di debolezza della nostra iniziativa. Sarà inoltre necessario valutare l’utilità di formalizzare un Appello rivolto a tutte le forze socialiste e della sinistra progressista per chiamarle alla partecipazione.

Come vedete tutto si tiene: il Progetto socialista; l’individuazione del campo delle forze; la possibilità di tentare una sperimentazione e la necessità di un disegno organizzativo. Perché questo è la politica: Idee+Organizzazione. Ed i Progetto altro non è che senso della realtà politica+senso della prospettiva storica.