3 Dicembre 2021

I SOCIALISTI E IL LAVORO

 di Alberto Leoni Coordinatore Nazionale Comitato Unità Socialista e Silvano Veronese Vicepresidente Socialismo XXI |

I socialisti e il lavoro: un binomio che la storia del movimento operaio aveva reso inscindibile fino a farne sinonimo; che ha scritto pagine straordinarie scolpite nella Costituzione repubblicana, che ha animato grandi battaglie di progresso sociale e civile.

UNA CRISI DI SISTEMA

La crisi pandemica in atto ha colpito simmetricamente tutte le economie del mondo occidentale. E’ diventata crisi sociale aggravando diseguaglianze e disoccupazione. In questo senso sembra funzionare sorprendentemente come un reagente socio-economico che mette a nudo le fragilità strutturali di un modello di crescita che già da più di un decennio mostrava di non funzionare più. Siamo in  una crisi di sistema: nel senso che sembra essere in atto il cedimento di un modello economico che da trent’anni a questa parte detta i suoi comandamenti. L’economia finanziaria al posto dell’economia reale; le opportunità al posto delle sicurezze; i rapporti di forza al posto dei diritti; il consumatore al posto del produttore; il mercato al posto dello Stato; l’esaltazione delle diseguaglianze economiche e sociali come il motore stesso della crescita. Questo è stato il sistema valoriale sul quale l’ordo-liberismo ha costruito il suo successo pluridecennale. Ora sembra venuto il tempo che l’ingiustizia di fondo di questo modello venga sottoposto ad una critica serrata.

In questo contesto il lavoro deve tornare ad essere al centro di un grande progetto di ricostruzione valoriale, ma soprattutto come fattore imprescindibile di coesione sociale e come architrave di una nuova cittadinanza basata sul principio del “bene comune”.

LA CRISI DEL LAVORO

All’inizio degli anni ‘80 il peso dei redditi da lavoro rappresentava il 62% della ricchezza totale. Oggi quel valore è sceso al 44%. Nel frattempo l’ISTAT conferma i contorni allarmanti ed asimmetrici della disoccupazione rilevando il crescente divario che distanzia le regioni del Nord – dove il tasso negativo si aggira intorno ad un fisiologico 5,7% – dalle regioni del Mezzogiorno, dove il tasso di disoccupazione sale al 16,2%.

Questi delta negativi sono l’istantanea delle crescenti diseguaglianze sociali, dell’impoverimento del lavoro e del crescente sfruttamento a cui viene sottoposto nelle condizioni di un mercato del lavoro dove il tritacarne del precariato dilagante ha demolito il potere contrattuale dei lavoratori spingendo la sua condizione salariale sempre più verso il basso e privandolo dei suoi diritti. Quei diritti che 50 anni fa lo Statuto dei lavoratori aveva portato in fabbrica e che ora sono sostanzialmente tornati ad essere indisponibili sul mercato del lavoro per milioni di persone. Per il lavoratore precario non esiste quasi più usbergo che lo protegga da una condizione a volte addirittura umiliante. Non quello di un un contratto collettivo sindacale che va sviluppato con norme particolari, nella tutela del lavoro precario attualmente poco protetto. Non quella di una legislazione pro-labour, che si è fermata con la scomparsa di Giacomo Brodolini e di Gino Giugni .

Il precariato a sua volta è diventato l’altra faccia di una disoccupazione endemica che da oltre un decennio viaggia ormai stabilmente su un valore a due cifre, creando nel contempo le condizioni di una concorrenza sempre più spietata del lavoro nero rispetto al lavoro legale.

Di più. Disoccupazione e precariato sono diventati i compagni di vita delle giovani generazioni, specialmente nelle regioni meridionali dove si manifestano nella forma di una patologia sociale aggravata dal fenomeno crescente dei giovani che non studiano e che non cercano un lavoro.

Terzo fattore di distorsione: il lavoro è pessimamente distribuito. Tra le generazioni; tra Nord e Sud; tra settori che “tirano” perché impegnati con successo nell’export, dove vengono richieste enormi quantità di prestazione straordinarie, ed i settori incagliati nelle angustie del mercato interno dove vengono somministrate milioni di ore di cassa integrazione.

LE LINEE DI UN NUOVO PROGETTO

Il lavoro che manca

Abbiamo bisogno di lavoro abbondante e di buona qualità. Non potremo disporne se non produrremo una innovazione radicale nella direzione e nella qualità della crescita economica. Sostenibilità, economia verde, risparmio energetico, potenziamento della ricerca di base, nuove tecnologie di sistema: il futuro industriale e della buona occupazione per il nostro paese è lì.

Per andare in questa direzione occorrono due condizioni imprescindibili. La prima: tutte le risorse finanziarie disponibili – a partire da quelle reperibili in Europa – dovranno essere convogliate verso un piano straordinario di investimenti produttivi.

La seconda: occorre che il piano di investimenti produttivi nella infrastrutturazione materiale ed immateriale,sia strutturato all’interno di una visione strategica e di un progetto di politica industriale posto sotto la regia dello Stato. Che favorisca l’aggregazione in rete, piuttosto che in forme associative più intime fra imprese dello stesso comparto al fine di eliminare la sterile concorrenza casalinga e produrre una positiva massa critica in grado di reggere l’urto di una globalizzazione che al momento è “cattiva” specie nei confronti di chi non è adeguatamente attrezzato. Così facendo, anche i lavoratori ne trarrebbero beneficio, sia sul piano dei rapporti industriali (più maturi perché più in grande) sia sotto il profilo delle tutele.

Il lavoro e il tempo

L’introduzione sempre piu’ massiccia di nuove tecnologie informatiche, dell’elettronica, e della robotica sia nel lavoro impiegatizio che operaio, riduce, anche in presenza di una ripresa dello sviluppo produttivo e dei servizi, il lavoro umano. Di fronte a questa rivoluzione nell’organizzazione produttiva e del lavoro non si puo’ pensare che il solo “allargamento” della base produttiva risolva questo problema. Quindi bisogna pensare a soluzioni contrattuali che possano distribuire il lavoro su piu’ persone e nello stesso tempo trovare soluzioni organizzative (e contrattuali) per non causare un minor utilizzo degli impianti (semmai il contrario) perchè altrimenti procureremmo piu’ costi e minor produttività. L’orario medio delle ore di lavoro annue prestate in Italia è largamente superiore a quello di Germania e Francia, nostri maggiori Paesi concorrenti in ambito U.E., come pure di quello dei Paesi nordici. Da questo punto di vista una riduzione dell’orario medio non sarebbe perciò sconvolgente.

L’innalzamento della produttività dei sistemi produttivi è una condizione per un qualsiasi piano di rilancio economico, ma occorre essere consapevoli che avrà conseguenze sulla determinazione della quantità di lavoro necessaria per unità di prodotto. La risposta a questo nodo va ricercata in una nuova politica degli orari basata sulla flessibilità e su una significativa riduzione del tempo di prestazione a parità di retribuzione. Una prospettiva di riforma è resa ancora più impellente dall’esperienza vissuta con il corona-virus. Il tele-lavoro è entrato di prepotenza nella vita lavorativa ed ora costringe a rivedere da capo a fondo il rapporto fra tempo di lavoro, tempo di ricostituzione delle energie psico-fisiche e tempo di formazione. Il tele-lavoro è ben lungi dal prospettarsi come una modalità alternativa alle tradizionali forme di prestazione, tuttavia solleva problemi nuovi che però hanno valenza generale. Per citarne qualcuno, solleva il problema dell’obsolescenza dei sistemi rigidi di orario; pone il nodo dell’autonomia nella gestione della saturazione della prestazione; chiama in causa la questione delicatissima della concreta fruibilità dei diritti contrattuali e di legge connessi alla prestazione.

La riduzione dell’orario normale di lavoro, a parità di retribuzione, non può essere perseguita per legge, ma affidata alla libera contrattazione sindacale  tra le parti, da prevedere nei CCNL delle varie categorie, affidata sul piano attuativo ad una contrattazione articolata per azienda e/o per settori o bacini industriali omogenei. Si deve puntare al massimo utilizzo degli impianti con l’introduzione di nuovi e piu’ turni di lavoro a fronte della  riduzione settimanale dell’orario.

In questo quadro, riduzione e diversa distribuzione dell’orario, piu’ turni per un maggiore utilizzo impianti e quindi piu’ efficienza, ma anche piu’ occupazione costituiscono un insieme di reciproche convenienze concordate tra impresa e lavoratori.

Il valore del lavoro

Dalla legge Biagi, al Job Act 2014, al Reddito di cittadinanza 2018, nessun provvedimento ha permesso la consistente diminuzione della disoccupazione. La retorica del lavoro flessibile e dell’eliminazione del vincolo dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori o l’erogazione di sussidi a sostegno della ricerca del lavoro, hanno dimostrato che non era quella la strada da scegliere e percorrere. Il “jobs-act” va sottoposto ad una revisione radicale. Il dispositivo delle c.d. “tutele crescenti” combinato con l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto, si è rivelato uno strumento di potere discrezionale nelle mani dell’imprenditore. Doveva restituire una prospettiva positiva alle forme di lavoro flessibile; si è trasformato nei fatti in un impulso degenerativo del mercato del lavoro, trasformando la flessibilità in precariato di massa.

Ancora più eclatante è il fallimento del “Reddito di cittadinanza”. Doveva contribuire ad “abolire la povertà”; in realtà l’ha resa endemica. Doveva rivoluzionare il mercato del lavoro spronando virtuosamente l’incontro tra la domanda e l’offerta; nella realtà è diventata una esercitazione virtuale, buona per procurare un impiego (temporaneo!) ad un migliaio di “navigator”. Il R.d.C. va abolito e sostituito con una profonda riforma del mercato del lavoro che orienti le risorse verso le assunzioni e la creazione di nuovi posti di lavoro.

Una toppa in questa fase di transizione sarebbe quella di ridare dignità a questi cittadini impegnandoli – coinvolgendoli corpo e mente – ma concretamente, in lavori socialmente utili che ridiano linfa vitale ai più sfortunati. E’ una distorsione che dovrà essere superata nell’ambito di un’ampia riforma del sistema assistenziale che abbia come asse portante il tema storico della separazione della spesa previdenziale da quella assistenziale.

Il lavoro ed il salario adeguato

Le retribuzioni dei lavoratori italiani sono tra le più basse d’Europa e si sta affermando anche da noi il fenomeno dei “lavoratori poveri”, che con il loro salario non riescono ad arrivare a fine mese. Il costo del lavoro orario italiano non è il piu’ alto in Europa. Le retribuzioni medie lorde italiane, a parità di qualifica, si situano al 9° posto tra i Paesi dell’area Euro della U.E.

Il  “cuneo fiscale” complessivo (oneri fiscali e contributi sociali pagati dall’impresa e a carico anche del lavoratore) è certamente alto, ma non è il piu’ alto, viene dopo a quello di Belgio, Germania, Francia, Ungheria ed Austria e spazia con gradualità dal 55% del Belgio al nostro 47,6% della retribuzione lorda. Siccome questa – a parte l’Ungheria – negli altri Paesi è mediamente piu’ alta della retribuzione media italiana, il costo del lavoro totale è superiore in questi Paesi nostri concorrenti all’interno della U.E. di quello sostenuto dalle imprese italiane.

Stesso ragionamento vale anche per Paesi come Svezia, Danimarca e Finlandia con cunei fiscali minori del nostro, ma con retribuzioni lorde medie assai piu’ alte delle nostre. 

Come è possibile quindi agire per aumentare i salari ? Essenzialmente in due modi.

Il primo riducendo significativamente il cuneo fiscale e la tassazione sul lavoro, compensata, in una riforma fiscale strutturale.

Il secondo aumentando il tasso di produttività che non cresce da 20 anni per alcuni fattori quali ad esempio

L’eccesso nell’uso delle flessibilità, non della prestazione, ma delle  tipologie dei contratti di impiego, che si traduce spesso in precarietà e non stabilità del lavoro e che, perciò, non accrescono certamente la professionalità e la qualità delle prestazioni temporanee ed occasionali;

Poca e cattiva formazione professionale in particolare nell’uso delle nuove tecnologie;

Insufficienti investimenti nella innovazione dei processi produttivi e nella introduzione di nuovi e piu’ sofisticati impianti e macchinari. Scarso l’uso della informatizzazione nelle attività aziendali.

UNA INDISPENSABILE DIMENSIONE EUROPEA

I socialisti, devono creare le condizioni perché in Europa non ci sia una guerra tra poveri che serve ad arricchire solo gli speculatori e le rendite parassitarie. L’Europa del mercato e della falsa concorrenza non è la nostra Europa, noi vogliamo un continente unificato dal lavoro, dalla giustizia sociale e da pari opportunità. Pertanto dobbiamo batterci per uno Statuto Europeo dei diritti dei lavoratori e per un Contratto Europeo di Lavoro che sia di riferimento ai contratti nazionali e che stabilisca, orario di lavoro settimanale unico, salario minimo, tempi ed organizzazione di lavoro e diritti. Infine, sarebbe utile e necessario che in Europa ci fosse una sola età per andare in pensione ed un modello unitario di previdenza. E un’unione fiscale di vantaggio per il lavoro.

LO STATO SOCIALE

Nell’era del lavoro post-fordista il compito dei sistemi di welfare deve essere quello di unire ciò che il mercato del lavoro divide e frantuma.

Quando si giungerà ad una definizione soddisfacente di ciò che si intende “post-fordismo”, si tratterà di prendere atto del fatto che la categoria politica dello sfruttamento del lavoro ha mutato significativamente i suoi caratteri ed ancora di più, che il luogo in cui esso si manifesta non è più (soltanto) la fabbrica, ma anche (e forse di più) il mercato del lavoro come tale; che l’oggetto dello sfruttamento più pesante non è più il lavoratore vincolato ai ritmi, alle cadenze, ai carichi di lavoro; ma è il lavoratore precario, in quanto sprovvisto di (una adeguata) rappresentanza sociale, facilmente ricattabile e lasciato alla mercé del rischio di mercato; che il metro dello sfruttamento non è – in sé e per sé – il salario, ma è la mancanza di diritti e di tutele sociali; a cominciare da quelle previdenziali.

Qui sta l’essenza del problema: nel pericolo che dalla radicalizzazione del carattere dualistico e disegualitario del mercato del lavoro possa prendere le mosse una tremenda faglia che può terremotare il rapporto tra le generazioni: tra chi ha rappresentanza sociale e chi non ce l’ha; tra chi dispone di adeguate coperture previdenziali ed assistenziali e chi ne è sprovvisto. Che poi è come dire fra la generazione dei padri e quella dei figli.

Sono dunque le giovani generazioni che entrano nel mercato del lavoro dalla porta di servizio del precariato che sono costrette ad assumersi, insieme al rischio di mercato, anche la quasi certezza di un futuro previdenziale ed assicurativo a rischio di sussistenza.

Eppure sappiamo bene che la flessibilità “nel” lavoro e “del” lavoro è diventato un fattore di sistema. Ed allora il punto è:  quando un “lavoro flessibile” può definirsi – dal punto di vista del lavoratore – anche un “buon lavoro”?

Si può sostenere che ciò avviene quando si realizza la combinazione di almeno due di queste quattro condizioni.

La prima. Il lavoro flessibile è un “buon lavoro” se è in grado di assicurare una retribuzione tanto elevata da essere risarcitoria del rischio di mercato.

La seconda. Se determina una crescita professionale significativa e dunque un maggiore potere contrattuale del lavoratore sul mercato del lavoro.

La terza. Se integra strutturalmente Lavoro, Ricerca ed Innovazione. In ultimo, (ma non certo per importanza), se al lavoratore discontinuo viene comunque assicurata la continuità dei diritti previdenziali ed assicurativi.

Un sistema di welfare moderno e solidale deve agire in modo tale che anche il lavoro flessibile diventi un “buon lavoro”. E per questo la sua missione strategica deve essere quella di assicurare la continuità e la congruità della coperture assicurative e previdenziali anche in condizioni di discontinuità della prestazione di lavoro.

ALCUNE PROPOSTE PER UNA NUOVA LEGISLAZIONE SUL LAVORO

Occorre evitare una eccessiva insistenza al ricorso legislativo, tipica di molti giuslavoristi, per normare materie invece piu’ proprie del rapporto di lavoro e perciò delle relazioni contrattuali tra le parti.

Semmai i socialisti sono sempre stati favorevoli ad una legislazione di sostegno delle principali norme sancite dai CCNL e/o degli accordi interconfederali, ma non sostitutiva degli stessi.

Riguardo al lavoro interinale, è necessario un intervento finalizzato a rivedere le regole ma dovrebbe essere esclusa la semplice soppressione.

Stesso discorso vale per quanto riguarda la normativa riguardante l’art 18 della legge300, rispetto al quale andrebbe ipotizzata anche l’eventualità di rendere praticabile lo strumento della conciliazione ed arbitrato che renderebbe più spedito l’iter per giungere alla conclusione di una vertenza di ricorso contro un licenziamento considerato illegittimo e valorizzerebbe il ruolo delle parti sociali titolari della contrattazione.

E’ indispensabile rivedere l’articolato di cui all’art. 32 della legge 183/10 (Deleghe al Governo in materia di lavoro) confuso e complicato, tale da rendere difficile l’esercizio di gestione delle tutele per i lavoratori.

E’ necessario ripristinare la gratuità di tutte le controversie di lavoro e previdenziali, come è avvenuto in Italia dal 1973 fino al 2011.

Occorre abrogare il rito Fornero per i licenziamenti, in quanto fonte di inutile duplicazione del giudizio di primo grado.

Occorre introdurre norme che rendano effettivo, almeno per i licenziamenti, il rispetto dei termini veloci per lo svolgimento del giudizio previsti dalla legge n. 533/1973.

Vanno rivisti i meccanismi dei c.d. ammortizzatori sociali per evitare che divengano strumenti di assistenzialismo improduttivo: tutte le indennità, in particolare sia quelle di Cassa integrazione che di disoccupazione (attuale NASPI), vanno condizionate alla frequenza obbligatoria di corsi di qualificazione o di attività di interesse sociale e/o pubblico.

Per reimpiego, cioè l’obiettivo della ricollocazione al lavoro di coloro che sono stati sospesi per un lungo periodo o licenziati per crisi aziendali rimane da precisare in quale contesto legislativo piu’ complessivo esso puo’ essere affrontato perché questo è un tipico argomento (non limitandosi solo all’erogazione di un sostegno al reddito) di politiche attive del lavoro e non solo assistenziali.

Vanno ampliate norme a favore di lavoratori genitori e in particolare delle lavoratrici madri. Tale questione è affrontata dai principali CCNL che ha esteso agevolazioni -oltre ai tradizionali benefici che riguardano le lavoratrici madri- per ambedue i genitori per l’assistenza ai figli disabili e non solo a quelli in tenera età.

Si propone l’adozione di uno STATUTO DEI LAVORI. Lo Statuto voluto dal compianto Giacomo Brodolini con l’aiuto del compagno Gino Giugni fu tarato allora su una concezione statica del lavoro dipendente tradizionale che negli anni successivi che negli anni successivi ha subito parziali trasformazioni. Vi sono attività c.d. autonome (”partite iva”) piu’ subordinate di quelle tradizionali ma prive di tutela anche sul piano salariale oltre che normativo e dei diritti. Vi sono poi attività (e figure professionali) che, pur dipendenti da una azienda, operano fuori dall’azienda e con propri mezzi in un regime di apparente “autogestione” (lavoro a domicilio, telelavoro, etc.) che avrebbero bisogno di essere tutelate al pari del lavoro subordinato tradizionale. La legge 300/70 non ne parla.

Non è vero che vi siano lavoratori che non hanno copertura contrattuale. In comparti deboli sindacalmente il CCNL puo’ non essere applicato, ma – in questo caso – siamo in presenza di violazioni non di assenza di norme. Non esiste un solo settore, una sola categoria che non sia coperta da contrattazione nazionale.

L’affermazione che alcuni nuovi lavori, alcune nuove qualifiche sarebbero prive di tutela contrattuale è un argomento utilizzato dai teorici del “salario minimo garantito” fissato per legge, soluzione discutibile perché il salario minimo garantito già esiste in Italia ed è rappresentato dalla retribuzione minima prevista dai singoli CCNL per l’ultima qualifica,spesso non utilizzata – se non per indicare la base 100 della scala parametrale dell’inquadramento – in quanto in molte categorie ed aziende la “qualifica e retribuzione di ingresso è la penultima”. .

Semmai, nel nostro Paese, Vi è una eccessiva proliferazione di CCNL come dimostrato dall’anagrafe insediata presso il CNEL che registra circa 800 CCNL, con un aumento di duecento contratti rispetto a dieci anni fa.

Molti sono “contratti di comodo” negoziati e firmati da organizzazioni sia datoriali che sindacali di “comodo” per stabilire normative e condizioni salariali “in pejus”. Urge pertanto una nuova legge sulla rappresentanza sindacale che definisca i soggetti titolati alla firma dei contratti di lavoro. Una volta definita per legge la titolarità delle organizzazioni sindacali e datoriali abilitate alla negoziazione e firma dei contratti di lavoro (come oggi avviene nel pubblico impiego) si potrebbe introdurre per legge il riconoscimento “erga omnes” dei patti di lavoro sottoscritti dalle organizzazioni riconosciute e abilitate.