3 Dicembre 2021

LA POVERTA’ HA PIU’ VOLTI

 

 di Alberto Leoni Coordinatore Nazionale Comitato Unità Socialista |

 

Esiste  una povertà “strutturale” legata a patologie stabili che impediscono il lavoro e l’autonomia economica o al degrado culturale e sociale molto difficile da aggredire e destinata ad essere “assistita” per tutta la vita. Ed esiste una povertà “temporanea”, legata a scarsità di reddito per assenza o insufficienza di redditi da lavoro, che riguarda persone in età attiva senza problemi di salute. Diversi, pertanto, sono gli strumenti con cui sostenere le due tipologie di povertà.

Alla prima serve certamente un assegno di cittadinanza che ne garantisca la dignità, sapendo che durerà tutta la vita. Alla seconda servono azioni di inserimento guidato lavorativo, sostenuto economicamente nelle fasi di formazione e di ricerca attiva dai parte dei Centri per l’impiego, pubblici e privati.

Nel dibattito che da mesi inonda il Paese sul reddito di cittadinanza questa distinzione fondamentale è sfuggita. 

Ed  è sfuggito un altro dato  interessante: già oggi, noi spendiamo almeno 107 miliardi di euro per l’assistenza (dato del 2019).

Si va dagli assegni sociali (854 mila assegni sociali a 457 euro mensili)  erogati dall’Inps a persone con più di 65 anni, senza redditi propri, agli assegni di accompagnamento erogati su base universale ai 4 milioni di non autosufficienti del nostro Paese (13 miliardi le risorse dedicate); alle  pensioni integrate al minimo (quasi  4 milioni per 508 euro mensili), in costante riduzione negli ultimi anni: si tratta di pensioni “assistite”, non coperte da contributi sufficienti che lo Stato integra, ancora dagli anni 70, per arrivare al minimo pensionistico. Una pensione su due, in Italia, è sostanzialmente assistita dallo Stato per contrastare il rischio povertà.

Nel 2015 (ultimo anno disponibile Istat sul tema) i Comuni italiani hanno speso per povertà, disagio e adulti senza fissa dimora, il 7%, 483 milioni,  dei quasi 7 miliardi di euro dedicati alla loro spesa sociale: ad essi si devono aggiungere i 465 milioni di euro utilizzati per l’integrazione delle rette di anziani ospiti di strutture protette.

In poco meno di 5 anni,tra il 2014 ed il 2019, ben tre misure di sostegno al reddito si sono succedute: dal Sostegno di Inclusione Attiva, al Reddito di inclusione, all’attuale Reddito di Cittadinanza. Oggi assorbe 8 miliardi di euro. Per averlo si deve avere un Isee sotto i 9360 euro annui, disponibilità a sottoscrivere un Patto per il Lavoro, per una durata di 18 mesi rinnovabili.

Una misura di sostegno al reddito è necessaria in un Paese civile. Oggi è un sostegno da 581,39 euro medie al mese a 1 milione e 213.793 famiglie, corrispondenti a 2 milioni e 860 mila persone. Numeri raddoppiati nel primo anno di pandemia e che purtroppo non si sgonfiano. Si tratta di renderlo semplice, equo,transitorio nei casi dove non ci sono problemi cronici di salute (molte persone in età adulta non possono lavorare!).

Una nostra possibile proposta di modifica del Reddito di Cittadinanza

L’attuale Reddito di Cittadinanza ha limiti evidenti, alcuni legati ad una visione di fondo inadeguata ai tempi, altri più specifici. E’ innanzitutto una misura confusa perché somma assieme interventi assistenziali e interventi di politica attiva del lavoro che devono rimanere in due aree distinte. Non prevede una distinzione tra le due forme di povertà prima definite (quella strutturale e quella temporanea legata alla perdita o alla ricerca del lavoro). Ha poi aspetti specifici che ingenerano iniquità: il moltiplicatore troppo basso per le famiglie numerose che in proporzione prendono meno dei single, la possibilità reale di cumulo con lavori stagionali (oggi non esiste), l’aliquota marginale troppo alta per cui più lavori (nel caso una persona trovasse attività) più il reddito cala,i 10 anni di acquisizione della cittadinanza italiana,decisamente troppi.

La scelta più opportuna quindi sta nello stabilire un redditto di cittadinanza per la povertà strutturale (legata a condizioni di salute o a particolari condizioni esistenziali) che, a questo punto dovrebbe anche cambiare nome e diventare Assegno di Inclusione Sociale.

Anche in questo caso, sulla base delle caratteristiche delle persone va richiesto, ove possibile, un impegno sociale verso la Comunità locale di vita: si tratta infatti di evitare la dipendenza assistenziale totale e sancire il principio che ognuno, nei limiti delle proprie possibilità, può dare qualcosa in termini di servizio.

La seconda scelta potrebbe prevedere che una parte significativa degli attuali 8 miliardi destinati al Reddito di Cittadinanza, vada nel Fondo per le politiche attive del lavoro a finanziare assegni di partecipazione a corsi formativi e di riqualificazione professionale per favorire la ricerca di un lavoro o la ricollocazione in seguito a crisi aziendali irreversibili. Si dovranno rimandare a scuola i tanti senza titoli, con pochi contenuti professionali, per acquisire una professionalità: il 72% di chi incassa il Reddito ha al massimo la licenza media. La formazione è la grande sfida per uscire dalla povertà non legata a condizioni di salute e alla partecipazione ai corsi va legata l’erogazione dell’assegno mensile.

Il Riordino delle misure di politica attiva

Serve poi distinguere gli interventi assistenziali da quelli destinati alla promozione, alla tutela ed alla riconversione del lavoro quando questo manca. Si va, attualmente,dal sostegno al reddito a chi ha perso, temporaneamente o definitivamente il lavoro, alla Cassa Integrazione ordinaria e straordinaria (ed ai relativi contributi figurativi), al Naspi (assegno di disoccupazione), a chi è in malattia, al fondo di garanzia per il trattamento di fine rapporto. sono ben 29 i miliardi stanziati. Il dato è relativo al 2018 e non tiene conto delle erogazioni, veramente straordinarie fatte nel periodo pandemico ed ancora oggetto di contabilizzazione. 

Verso il riordino della spesa assistenziale

Questo è il punto centrale. In uno scenario così complesso, è giunto il momento di riordinare tutta la spesa assistenziale oggi molto frammentata e non sempre ben distribuita: una Commissione parlamentare, al massimo livello, con 6 mesi di tempo potrebbe farlo. Lo ripeto: parliamo di 107 miliardi di spesa.

E parliamo anche di sostenibilità dei costi delle misure in una Comunità nazionale dove, a fine 2020, avevamo 23 milioni di lavoratori attivi su 60 milioni di abitanti, con una demografia molto preoccupante (per la prima volta siamo andato sotto le 400 mila nascite contro i 647 mila decessi). Risulta, in questo senso del tutto evidente, la necessità di una vera riforma fiscale e di una vera lotta alla evasione ed elusione fiscale che sottraggono oggi almeno 130 miliardi di euro annui alla Comunità nazionale.

Si valorizzino, pertanto, tutte le ingenti risorse investite, riutilizzando bene le misure che già ci sono (oltre 60) e possibilmente fondendone alcune, semplificando le procedure, separando in modo definitivo, previdenza ed assistenza nei bilanci Inps. Si sposti  parte rilevante delle risorse, oggi destinate al reddito di cittadinanza, sulle politiche attive del lavoro, in particolare sulle agevolazioni alle assunzioni, sulla riqualificazione professionale necessaria per evitare ulteriori fenomeni di povertà con la rivoluzione tecnologica in atto. Si ripensino bene e si rafforzino le misure di tutela della non autosufficienza (l’assegno di accompagnamento può continuare ad essere slegato dal reddito?).

Si promuovano, infine, reti territoriali (non i soli Centri per l’impiego) per il sostegno della persona e della famiglia povera: saranno queste “reti” (Comuni, Asl, Terzo Settore, Inps, Prefetture) il vero motore  delle misure per una vera inclusione sociale.

La storia di questi ultimi trenta anni, infatti, ha insegnato che il solo intervento finanziario non è efficace per uscire dalla povertà.