Aumentare le retribuzioni. Come?

di Renato Costanzo Gatti – Socialismo XXI Lazio |

Come sempre gli articoli di Silvano Veronese sono stimolanti, seri, importanti ed è sempre un piacere leggerli. L’ultimo articolo si interroga sul come aumentare le retribuzioni esaminando le alternative che di seguito sintetizzo. Silvano premette che l’aumento delle retribuzioni dovrebbe trovare il suo campo specifico nella contrattazione sindacale, ma che questo sistema “sembra non essere accettato (…) per i forti contrasti e tensioni tra le parti, tra chi non intende offrire alcunché (datori di lavoro) e chi vuol andare oltre a questo meccanismo (sindacato dei lavoratori)” per cui “è emersa l’idea di intervenire sul cuneo fiscale, cioè scaricando sullo stato l’onere dell’adeguamento di salari e stipendi”.

Trovo “opportunistica” l’idea di scaricare l’onere dell’adeguamento dei salari sul bilancio dello stato, mi pare una filosofia prevalente nel capitalismo (non solo nostrano) che da una parte richiede la non ingerenza dello stato, o la massima limitazione di esso nella materia economica, seguendo un filone liberista che data alla svendita delle partecipazioni statali; ma dall’altra parte: vive di sussidi 4.0 regalati per sopperire all’incapacità del capitale di essere competitivo con l’economia mondiale; chiede continue riduzioni dell’imposizione fiscale sulle imprese (l’IRES è scesa dal 33 al 24%); pretende che se adeguamento salariale debba esserci (anche perché questo adeguamento aiuterebbe la domanda aggregata) che sia a carico dello stato. Con la sottaciuta conoscenza che le finanze dello stato sono pagate soprattutto dal lavoro dipendente e dai pensionati.

Posta questa premessa, vediamo le alternative che Silvano esamina:

TAGLIO DELL’IRPEF ovvero sull’imposta sui redditi delle persone fisiche (lavoratori, pensionati, autonomi con fatturato superiore a 65.000€). Il taglio potrebbe riguardare la revisione delle aliquote come recentemente fatto dal governo Draghi, ma tale sistema riduce le imposte ai redditi medio-alti ma non dà alcun beneficio ai redditi più bassi. Inoltre tale sistema, se non prevede di coprire il mancato gettito con una imposta patrimoniale, come chiedeva il segretario generale della CGIL; o aumenta il debito lasciato alle generazioni successive, o si traduce ad una redistribuzione dell’onere all’interno dei contribuenti IRPEF (ripeto, lavoratori, pensionati e autonomi).

TAGLIO DEI CONTRIBUTI ovvero eliminare gli oneri contributivi a carico dei lavoratori (non dei pensionati che come ovvio non pagano contributi) aumentando lo stipendio ed il salario di circa il 7,5%. Rimane il problema di chi dovrebbe pagare il mancato gettito INPS; lo stato o l’impresa? Lo stato naturalmente, riproponendo il meccanismo visto al punto precedente per cui: o si aumenta il debito alle generazioni successive o si rimane ad una redistribuzione tra contribuenti IRPEF. Silvano paventa addirittura che si possano trovare questi fondi diminuendo le pensioni in atto.

Si consideri che il centro-destra sostiene la carta della flat tax con due proposte:

• aumentare a 100.000€ il limite di fatturato al di sotto del quale gli autonomi passerebbero dall’IRPEF alla flat tax, lasciando l’IRPEF ai soli lavoratori dipendenti e pensionati;

• eliminare l’imposta progressiva tassando tutti con una flat tax del 15%, che farebbe scoppiare il bilancio dello stato ma diminuirebbe le imposte dei redditieri, dei capitalisti, degli speculatori dal 26 al 15%.

A me pare che queste proposte alternative che Silvano ci presenta, potrebbero trovare un diverso approccio, per cui abbozzo alcuni spunti:

• Sostituire gli aumenti monetari con l’offerta di servizi pubblici che diminuiscono le spese delle famiglie. Il concetto è che invece di stampare moneta da distribuire ai cittadini, sia più intelligente investire in servizi che, creando nuove occasioni di lavoro, tolgono alla speculazione privata fonti di sfruttamento. Ci tengo molto (golden rule di Delors) distinguere tra aumento della spesa pubblica per finanziare la spesa corrente e aumento della spesa pubblica per finanziare investimenti capaci di influire sul PIL.

• puntare sull’incremento della produttività delle imprese e vigilare (cosa che in questi anni è stata nulla) che i salari aumentino nella stessa misura della produttività. (Il differenziale tra aumento della produttività ed aumento dei salari ammonta a parecchi miliardi di €).

• trasformare gli incentivi dati alle imprese per l’innovazione tecnologica (incentivi Calenda 4.0) in partecipazioni sociali che riconoscono pari diritti tra chi investe denari propri e chi investe utilizzando i soldi dei contribuenti (quasi tutti lavoratori dipendenti e pensionati). Si perseguirebbe l’obiettivo di una certa cogestione, ma soprattutto non si regalerebbe al capitale il monopolio della innovazione e della robotizzazione, dando potere anche a chi finanzia l’innovazione stessa.